"Quando smetto di lavorare, quanto prenderò?" È una domanda che molti rimandano, perché la pensione sembra lontana e il tema è ostico. Eppure è una delle domande più importanti della vita finanziaria di una persona, e la risposta, per le generazioni di oggi, contiene una sorpresa che è meglio conoscere presto. Vediamola con i dati ufficiali alla mano.
Cos'è il tasso di sostituzione
Per capire quanto prenderai esiste un indicatore preciso, il tasso di sostituzione. È il rapporto, espresso in percentuale, tra il primo assegno di pensione e l'ultimo stipendio percepito. Detto semplice: se guadagni 2.000 euro al mese e il tasso di sostituzione è del 70%, la tua prima pensione sarà di circa 1.400 euro.
Quel numero misura quanto del tuo tenore di vita riuscirai a mantenere una volta smesso di lavorare. Ed è il numero che, silenziosamente, sta scendendo da anni.
I numeri ufficiali: una pensione sempre più bassa
Qui i dati parlano chiaro, e arrivano dalla fonte più autorevole, la Ragioneria Generale dello Stato. Per un lavoratore dipendente del settore privato con una carriera piena di contributi, il tasso di sostituzione netto era dell'81,5% nel 2020. Le proiezioni ufficiali lo vedono scendere progressivamente: al 71,9% intorno al 2030, fino al 58,5% verso il 2070.
Tradotto in euro: chi oggi ha uno stipendio equivalente a 2.000 euro netti, in prospettiva potrebbe ritrovarsi con una pensione che copre poco più della metà di quella cifra. La differenza tra l'ultimo stipendio e la prima pensione, quello che viene chiamato gap previdenziale, nel sistema contributivo può arrivare al 30-50% del reddito. È un buco che, se non lo si prepara prima, ci si trova davanti quando è troppo tardi per rimediare lavorando.
Perché la pensione pubblica si sta riducendo
È il risultato di due meccanismi precisi che vale la pena capire, lontano da qualsiasi scelta arbitraria. Il primo è il passaggio al sistema contributivo: per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995, la pensione si calcola sulla base dei contributi effettivamente versati durante la vita lavorativa, e non più sugli ultimi stipendi. Chi versa meno, o ha carriere discontinue, accumula meno.
Il secondo è la demografia. L'Italia ha una popolazione che invecchia, sempre meno giovani che entrano nel mondo del lavoro e sempre più pensionati da sostenere. La spesa pensionistica italiana è già la più alta d'Europa in rapporto al PIL, intorno al 15,5%. Un sistema in cui pochi lavoratori devono sostenere molti pensionati è costretto, matematicamente, a erogare assegni proporzionalmente più contenuti.
Cosa significa per te, concretamente
La conclusione è pratica, senza alcun allarmismo: per le generazioni di oggi, la pensione pubblica da sola coprirà una quota minore del tenore di vita rispetto al passato. La parte mancante non si materializza da sola, va costruita nel tempo.
E qui torna il fattore decisivo che attraversa tutta la finanza personale: il tempo. Chi capisce il problema a 30 o 40 anni ha decenni davanti per costruire, con versamenti anche contenuti, il capitale che andrà a integrare la pensione pubblica. Chi se ne accorge a 60 ha pochissimo margine. Conoscere il proprio tasso di sostituzione stimato è il primo passo; costruire un piano per colmare il divario, con gli strumenti adeguati e una strategia su misura, è il passo che cambia davvero il finale. Ed è esattamente il tipo di pianificazione che ha senso affrontare con metodo e con l'aiuto di un consulente indipendente.
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